AMNESIA - Racconto vincitore Premio Asimov narrativa fantascientifica del Vitruvio
 
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    AMNESIA

    Racconto vincitore Premio Asimov narrativa fantascientifica del Vitruvio

     

    “ Prego, il dottore è pronto a riceverla” mi disse l’infermiera con voce melliflua. “ Gr-grazie”. Mi issai in piedi con fatica, lasciandomi alle spalle la sala d’attesa bianca per entrare nello studio: era una sala con le pareti di un gradevolissimo blu, interrotto da una decina di scaffali pieni di gingilli di ogni tipo. Sembravano giocattoli. Presi posto davanti al dottore, e mi costrinsi a sorridergli. Mi faceva male la testa e avevo la nausea. “ Buongiorno, signora Parks. Come posso esserle d’aiuto?” mi chiese lui. La sua espressione era calda e amichevole, ma anche abbastanza inquietante. “ So che lei è specializzato nel campo della memoria. Il 24 gennaio stavo andando in tribunale per dare un’opinione psichiatrica professionale. Ricordo poi di essermi svegliata sul pavimento di casa mia, il 26. Ho la forte sensazione che in questi due giorni sia successo qualcosa di davvero importante.” Solo a dirlo rabbrividii. Il mio corpo fremeva appena ripensavo all’accaduto, senza però sapere cosa fosse successo. Un grande dolore alla testa mi impediva persino di pensare. “ Credo proprio di poterla aiutare. Al Centro Di Tecnologia Sperimentale hanno sviluppato una tecnologia che permette al soggetto di rivivere il suo passato da spettatore senza essere visto.” “ Come un viaggio nel tempo?” chiesi io. “ Esattamente. Ovviamente, essendo un metodo sperimentale nonché impegnativo, le costerà molto” “ Pagherei qualsiasi cifra” dissi io vinta da una sincerità disperata. Fissammo l’appuntamento per il pomeriggio stesso alle 16:00. Tornai a casa e riuscii a mangiare appena un panino. Sedetti sul divano aspettando l’ora stabilita senza fare nulla. Ero come assillata da un pensiero fantasma. Mi concentrai intensamente nel fare respiri profondi per distrarmi. Alle 15:00 iniziai a prepararmi, e arrivai al Centro con circa un quarto d’ora di anticipo. “ Signora Parks, benvenuta. Da questa parte” chiamò il dottore, che indossava un camice bianco e un sorriso finto. Lo seguii senza dire una parola, guardando a terra lungo tutto il percorso. Mi accompagnò in una stanza dalle pareti bianche. Alla parete, vi era adagiata una capsula verde. “ Prego, entri” disse il medico. Aprii il portellone ed entrai in quello stretto spazio. Mi sentii mancare il fiato quando lo sportello mi chiuse dietro una spessa superficie di vetro. “ Adesso ho bisogno cortesemente che mi dica un’ora di riferimento alla quale riportarla” la voce suonava ovattata e lontana. “ Sono partita per il tribunale per le 14:00” “ Benissimo. Quando tornerà indietro, avrà un bracciale con un pulsante rosso. Da qui posso solo impostare un lasso di tempo determinato, dunque lo prema quando vorrà tornare”. Iniziò a pigiare velocemente i tasti, fino ad arrivare ad un bottone più grande. Un liquido sorse dalla base della capsula, e al primo contatto un violento freddo mi accarezzò le ossa. Il mondo attorno a me iniziò a turbinare rumorosamente , e i pochi sprazzi di luce che oltrepassavano quella fitta coltre di realtà erano forti ed accecanti. Serrai gli occhi con forza. Respiri profondi, respiri profondi… Da un momento all’altro, il frastuono si interruppe. Aprii timidamente gli occhi. Ero rannicchiata sul sedile passeggeri della mia auto. Mi tastai il polso cercando il bracciale: eccolo lì, un ingombrante fascetta bianca con un grande pulsante sopra. Mi voltai, e con stupore notai che a guidare ero…io. La me del passato sembrava un’altra persona. Era rilassata e sicura, il suo volto non era sorridente, e neanche sereno, ma tranquillo. Stavamo per arrivare al tribunale, fuori pioveva. Da questo momento in poi non ho ricordi. Dopo qualche minuto, la macchina si fermò bruscamente. Non sono mai stata granché brava a guidare. Scendemmo entrambe dalla macchina. A passo svelto, mi diressi nell’aula. Il processo era già iniziato. Appena entrate, l’assistente sussurrò qualcosa all’orecchio dell’avvocato della difesa, Amanda Reaves. “Vostro Onore” iniziò lei “ vorrei chiamare la psicologa e psichiatra Donna Parks” Il giudice acconsentì L’assistente fece cenno alla me del passato di venire avanti. Io restai indietro. Adesso, iniziavo a sembrare meno calma: la Reaves ci aveva avvertito, i testimoni vengono sempre screditati dall’accusa, e con un passato come il mio non c’era da stare tranquilla. “ Può confermare che la mia cliente ha fatto notevoli progressi durante questi mesi? Secondo il suo parere professionale, ha superato la sua dipendenza?” La me del passato spiegò che la paziente aveva superato lo stato di dipendenza e riabilitazione, elencando anche i vari progressi nelle reazioni interpersonali e familiari. “ Come può vedere, Vostro Onore, la mia imputata non assume droga ormai da tempo, dunque che l’accusa non lo affibbi come movente. Passo il test” Il procuratore si avvicinò alla sbarra con passo deciso. Era un uomo dai capelli bianchi, sulla sessantina. “ Signora Parks, è curioso che proprio lei stia testimoniando su un caso riguardante droga., non è cosi? Perché la difesa ha dimenticato di dire che la stessa signora Parks faceva uso di droga, la Green Demon per essere precisi. La stessa droga con la quale sua figlia è andata in overdose.” “ Non è cosi che…” balbettai io dalla sbarra. “ Qualcosa non le torna? Ho i referti proprio qui. Chiederò in un secondo luogo l’apertura di un’inchiesta per questo caso. Non si preoccupi, signora Parks, anche io faticherei ad ammettere di aver causato la morte di mia figlia.” “ Obiezione Vostro Onore, l’accusa manca di rispetto al testimone” tuonò la Reaves. Il procuratore non diede tempo al giudice di intervenire. “ No, avvocato Reaves, sto sottolineando verità scomode che renderebbero la sua testimone chiave non adatto a fornire un giudizio professionale sul caso. Verità che nemmeno la stessa signora Parks riesce a ammettere” “Io…” La me del passato era rossa in viso, e aveva gli occhi lucidi. Si alzò e scappò via. La seguii fino alla macchina. Ripartì con una velocità frenetica e tremante. Piangeva con singhiozzi rumorosi e pesanti, poi iniziò a urlare. Il viso era un turbinio di lacrime e rughe, la bocca aperta in un grido d’aiuto destinato forse a me stessa. Era come guardarsi allo specchio. Un evento che ho sempre cercato di dimenticare, una tragedia che mi ha tenuto sveglia per anni, un pensiero che ancora non mi abbandona, mi era stato sbattuto in faccia con una violenza crudele. Appena arrivata a casa, la me del passato spinse lo sportello con una forza che neanche sapevo di avere. Si precipitò in casa come spinta da un irresistibile bisogno. Uscì subito dopo con una busta bianca in mano, come quelle in cui tengo i soldi. Risalì sull’auto, e partì. Non feci in tempo neanche a salire. Mi misi la mano sulla fronte, e mi lasciai cadere sull’erba accanto a casa mia. Appoggiai la testa al muretto. Era questo quello che ho dimenticato? Allora forse sarebbe stato meglio dimenticarlo. Il cuore martellava cosi forte da farmi male, sentii la mia gola stringersi, e il mio stomaco schiacciarsi. Avevo bisogno di una distrazione, tutto questo era troppo da sopportare. Restai cosi per un po’, finche la me del passato non tornò. Scese dalla macchina e con passo veloce si avviò nella casa, io dietro di lei. Arrivò in cucina, e si mise a sedere. Aprì la borsa e tirò fuori un barattolo con dentro delle pillole verdi. Eccola di nuovo, la Green Demon. Le sue mani tremavano, e incerte si avvicinarono al contenitore. I singhiozzi erano più forti che mai, e l’indecisione trapelava dal volto un tempo tranquillo. Ero una sopravvissuta, ma adesso stavo per sprofondare. La me del passato prese di colpo il barattolo e ingerì tre pillole insieme. L’effetto fu quasi immediato. Un pallore agghiacciante le tinse il volto, gli occhi sembravano voler venir fuori. Trasse un sospiro di sollievo, e un sorriso terrificante si formò dalla bocca. Io me ne stavo lì impotente ad annegare nel mio stesso dolore. Sentii il rumore della porta che si apre. La me del passato afferrò le pillole e le ripose barcollando nella credenza. “ Ciao mamma” Era Alyssa, la mia figlia più grande. “ Oh, ciao Alyssa. Alyssa, ciao. Ho un bel po’ di cose da raccontarti” “ Okay mamma, sono tutt’orecchi” “ Oggi sono andata in tribunale, come mi hai consigliato tu.” la me del passato ridacchiò. “ Un vero disastro. Scommetto che non vorresti che un vecchio idiota ti venisse a rinfacciare il suicidio di tua figlia. Triste, non è vero?” “ Mamma, mi dispiace tantissimo. E’ inaccettabile” rispose Alyssa, visibilmente scossa “ Tranquilla, non ho detto che le droghe che avevo detto essere le mie appartenevano a te se è questo che ti preoccupa” “ Mamma, mi preoccupo per te! Mi dispiace per tutto; non volevo che ti prendessi la colpa, non volevo che succedesse questo a Vanessa, io…io.. ho fatto un errore stupido, non immaginavo che…” Dopo una pausa, la ragazza scoppiò in lacrime. “ Si si, ora piangi, come sempre. E adesso io vengo a dirti che non è colpa tua, ma mia, sempre la solita storia, Avanti, smettila, potevi pensarci prima. La prossima volta rifletti prima di rovinarmi la vita!” Come potevo dirle tutte queste cose? La droga mi ha strappato i pensieri più oscuri, più segreti. “Basta ho detto!” Tuonò la me del passato. Si avvicinò bruscamente ad Alyssa, e le spostò le mani dietro cui si nascondeva la faccia. La ragazza evitava il suo sguardo, quello sguardo che significava per lei un’accusa costante. “Mamma, lasciami” disse lei. La presa sembrò intensificarsi. Alyssa provò a liberarsi da quella morsa di terrore. I movimenti si facevano sempre più bruschi, sempre più veloci, la lotta si faceva sempre più frenetica, sempre più violenta, fino al momento che la ragazza riuscì a liberarsi. Non passò neanche un secondo che un fortissimo schiaffo le si impresse sulla guancia, facendola piegare su se stessa. Alyssa si rialzò, il suo volto era irriconoscibile. Stavolta fu lei a colpire: un colpo del genere poteva essere guidato solo da una cosa: la rabbia. Me ne stavo lì a osservare il mio stesso orrore, stavo picchiando mia figlia. Colpi, graffi, tirate di capelli, lo sfogo di sentimenti ormai repressi da anni. Ed eccoli lì che venivano fuori, imprimendosi sulle nostre pelli come tatuaggi furenti e soprattutto permanenti. La me del passato si sottrasse dalla portata di mia figlia, e la spinse con forza all’indietro: Alyssa barcollò. Non riuscivo più a vedere chiaramente dopo quel boato. In un attimo, mia figlia era a terra, insieme a una grande pozza di sangue che usciva dalla sua testa. C’era sangue anche sulla maniglia della porta, sulla quale lei era caduta. A quel punto, non potevo neanche piangere. Mi limitavo a guardare il suo corpo, e il suo assassino, la persona che odiavo di più. La me del passato urlava e sbraitava, ma quando realizzò ciò che aveva fatto, sembrava lacerata, distrutta. Corse in cucina, e prese il calmante che tenevo per i miei clienti. Capii subito il mio piano. Uno degli effetti collaterali era perdere la memoria. Andava preso a gocce, ma la me del passato lo trangugiò come fosse acqua dopo una carestia. Poi cadde a terra, a fare compagnia a sua figlia. Era il momento, dovevo andarmene. Tastai il pulsante rosso e riuscii a malapena ad abbassarlo. La realtà perse consistenza, e per un attimo, persa nell’infinito, mi sentivo in una pace quasi ironica. Mi ritrovai seduta nel laboratorio, con delle manette alle mani: comprensibile, il dottore aveva visto tutto, e aveva subito chiamato la polizia. Venni scortata in una cella, io non dissi una parola. Rimasi lì, chiedendomi se un giorno sarei riuscita a dimenticare. Anzi, no. Nulla va mai dimenticato. Questa tragedia me lo ha provato. La memoria fa la persona, l’esperienza può salvare una vita. Chi può dire se per la mia è troppo tardi?

                                                                                                                                                                                                          Gabriele Valente

                                                                                                              

     

    di Caporedattore M. Vitruvio P.


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