"Paese mio, che stai sulla collina" - Migrazione: un fenomeno attuale, ma antico come l’uomo
 
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M. Vitruvio P. Attualità 30/05/2018 30/05

"Paese mio, che stai sulla collina"

Migrazione: un fenomeno attuale, ma antico come l’uomo

“Where are you from?”, “Dove abiti?”, “Où tu habites ?”.
È una delle prime domande che si pongono quando si conosce qualcuno, le informazioni basilari che sin da piccoli ci insegnano per comunicare. Ci viene inculcato il desiderio, la necessità di conoscere la propria provenienza e quella dell’altro. “Perché?” vi starete chiedendo, adesso che ci fate caso.
Perché, cari lettori, conoscere l’origine di qualcosa, di qualcuno ci fa sentire più sicuri, ci permette di farci un’idea più precisa a riguardo.
Ma soprattutto ognuno di noi ha bisogno di conoscere la propria provenienza, il luogo a cui si appartiene. Già, l’appartenenza: il far parte di qualcosa, l’essere un elemento costitutivo ed alle volte inscindibile.
In questo caso, l’appartenenza è un sentimento reciproco. Ognuno è un pezzo di quel puzzle che è il paese, che sia con lettera minuscola o maiuscola, che si tratti di un piccolo centro abitato da una comunità o che si tratti di uno Stato, di una nazione; ed il territorio “appartiene” all’uomo che lo abita, è parte della sua vita, è la sua storia, è le “circostanze che fanno la differenza”, l’ossigeno che gli dà vita, la terra che gli fornisce un appoggio stabile sotto i piedi, il suo nutrimento che gli permette di crescere. “Un paese vuol dire non esser soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Ma non è facile starci tranquillo”, scrive Pavese (“La luna e i falò”, 1979).
Infatti, spesso accade di dover lasciare il proprio territorio per spostarsi. È un fatto “normale”, che è sempre accaduto nella storia dell’uomo, d’altronde “la capacità di spostarsi da un luogo all’altro è intrinseca alla nostra natura ed è una prerogativa preziosa per adattarsi e migliorare le condizioni di vita.” (M. Livi Bacci, “In cammino. Breve storia delle migrazioni”)
Sin dal principio, le prime comunità di uomini si muovevano alla ricerca di nuovi territori poter meglio cacciare e raccogliere cibi di cui avevano bisogno per vivere. Quelle tribù erano nomadi, starete pensando, quindi magari non avvertivano il senso di nostalgia a cui si pensa quando riflettiamo sulle migrazioni: è vero,  ma poi gli uomini hanno deciso di stanziarsi e stabilire un legame con un posto, un territorio da considerare “casa”. Questo però non ha impedito a popoli interi, ma anche singole famiglie o magari “solo” uomini, di spostarsi, di lasciare il proprio posto per svariati motivi.
Non si sarebbero allargati molti confini se tante persone non si fossero messe a disposizione del proprio popolo e non si fossero spostati nelle colonie, dove ricominciare. In molti invece hanno scelto di partire per avere quella tanto bramata e criticata “seconda possibilità”: ne sono un perfetto esempio tutti quei banditi e prostitute inglesi che nel corso del XVII secolo ebbero la possibilità di lasciare le prigioni con la condizione di lasciare anche il proprio territorio, partendo per l’America. Ne è pieno il mondo di uomini e donne che sono emigrati e ancora oggi emigrano per riscattarsi o magari per riprendere in mano le redini della propria vita.
C’è chi fugge per paura, perché si sente soffocare in quel posto che per altrui colpa non è più sicuro: si tratta di rifugiati politici o vittime di criminalità organizzate, che partono perché non hanno più scampo, non hanno altra scelta. C’è invece chi parte perché perseguitato a causa di una sua scelta di vita o di un suo modo di essere: per l’intolleranza altrui, in generale, un’intolleranza che, purtroppo, spesso sfocia in guerre e terrore e così, se vuoi vivere ancora, devi andar via. Altre persone invece partono per vivere meglio: per trovare condizioni più favorevoli ad una vita agiata, per garantire un futuro migliore a se stessi, ma soprattutto alle persone che si amano, cercando un lavoro, che la tua terra non ha a sufficienza per te. E poi c’è chi parte per amore: quelle persone che, pur di star vicino a chi si sceglie come compagno/a della vita, rinunciano a tutto … che, come canta Biagio Antonacci, “io che sarei venuto da te nella tua straniera città, non posso più dividermi tra te e il mare”.
E così si parte per un lungo viaggio che alle volte, soprattutto in questo periodo, può essere più duro di quanto si possa immaginare: anni fa si affrontavano le acque dell’Atlantico per più di un mese su un’imbarcazione, rischiando la vita come chi oggi attraversa il deserto, quel deserto che “ti entra nelle ossa, ti entra nel sangue, nella saliva , non te lo togli più di dosso, (…) ti annulla l’anima, ti cancella i pensieri” (G. Catozzella, “Non dirmi che hai paura”, 2014).
Non tutti arrivano a destinazione vivi, purtroppo, o non raggiungono mai quel posto tanto desiderato: oggi 60 milioni di persone costituiscono quel “popolo dei rifugiati, la patria senza confini degli sfollati e dei richiedenti asilo, degli apolidi per causa di forza maggiore e dei sopravvissuti in fuga”, come scrive P.G. Brera su “La Repubblica”.
 Fortunatamente, ci sono anche tanti emigrati che riescono a diventare immigrati, quelli che, anche se con tanti sacrifici, riescono a ricominciare, a trovare la propria “El dorado”, a divenir parte di un nuovo “paese”.
Eppure spesso ci si sente confusi: si è felici, ma si sente comunque nostalgia, nostalgia di quel posto che rimarrà sempre casa, la “prima casa”. Si ha voglia di andare a prendere una “boccata d’aria” nel luogo che rappresenta le proprie origini, ma poi non ci si sente a proprio agio neanche lì, perché ormai la propria vita è altrove, dove la si è costruita. E così si vive con il cuore diviso in due parti, nel nuovo e in quello che comunque sarà il “nostro paese”. Perché “un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via” (C. Pavese), ma anche di tornarci.

grafica: Ilaria Masciarelli

di Ilaria Masciarelli

di Sara Paneccasio


Parole chiave:

#migrazione , #paese , #vitruvio , #yawp

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