Intervista a Franco Bucarelli - Una vita spericolata al servizio del giornalismo
 
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M. Vitruvio P. Attualità 19/09/2018 19/09

Intervista a Franco Bucarelli

Una vita spericolata al servizio del giornalismo

Un tramonto d’agosto mi ha regalato un eccezionale incontro, uno di quelli che possono arricchire la tua voglia di fare qualcosa d’importante e nella vita.
Nel mio albergo, a Pineto, mi sono imbattuta in un famoso giornalista italiano e mi sono fatta coraggio, chiedendogli di potergli fare qualche domanda. Lui si è reso subito disponibile, ma mi ha chiesto prima di guardare il suo sito: www.francobucarelli.it
Era necessario che io sapessi quanti avvenimenti aveva raccontato, quanti personaggi - uomini e donne importanti - aveva intervistato, e  incontrato nei quattro angoli del mondo, nel corso della sua sessantennale carriera che ancora continua, perché oggi segue Papa Francesco, il sesto papa che ha conosciuto quando, giovanissimo, entrò in vaticano, con Giovanni XXIII.
Lo hanno chiamato “giornalista d’assalto” perché non ha mai amato lavorare ad una scrivania, ma raccontare grandi eventi mondiali, spesso guerre, rivoluzioni, catastrofi naturali. Ha realizzato servizi  incredibili come l’intervista a Padre Pio, Yuri Gagarin, il primo astronauta russo nello spazio, oppure Charlie Chaplin, maestro della satira cinematografica. Ha incontrato il cardiochirurgo sudafricano Christian Barnard, il primo al mondo ad effettuare un trapianto di cuore umano. Ha pianto con Madre Teresa tra i lebbrosi di Calcutta. Ha cominciato a raccontare il Vietnam  ed ha finito con la sanguinosa guerra in Bosnia.
Nel corso della sua lunga vita coraggiosa (86 anni ), è stato ferito due volte: in Congo ed in Libano. Quella dell’inviato speciale spesso è una vita spericolata che costringe anche a grandi sacrifici perché, quando ci si trova nel cuore di una battaglia, soltanto allora, viene in mente la famiglia, la casa, il proprio paese, dove si parla la lingua natale, mentre si è lontani, spesso anche migliaia di chilometri. Tutto questo mi è stato raccontato con grande semplicità, mentre le mie domande si accavallavano, spinte dall’onda di un’intuibile curiosità.

Come si diventa inviati speciali? Cosa spinge un uomo, una donna, giornalisti, a rischiare tanto?
“Come disse Dante Alighieri, dobbiamo superare le Colonne d’Ercole, non fossilizzarci nella vita quotidiana di routine, ma occorre guardare lontano e raccontare cosa accade nel mondo. Forse occorre anche un briciolo di sana pazzia, ma è un’esperienza fantastica!”. Parole che lasciano pensare, specialmente noi giovani, che sogniamo una vita avventurosa, ma - come mi ha spiegato il giornalista - “occorre  esperienza, conoscenza indispensabile delle lingue. In poche parole, la capacità  di diventare come i camaleonti, che prendono subito il colore della terra dove vivono”. Una  simile provvidenziale occasione mi sollecitava tante domande.

È vero che per essere un “giornalista d’assalto” occorre molto  coraggio, ma è sufficiente solo quello?
“No,” mi risponde sorridendo “è necessario guardare con grande attenzione tutto quello che ti accade intorno, cercando una motivazione umana, specialmente quando ti trovi tra uomini che, invece di essere fratelli, si ammazzano selvaggiamente tra loro. Bisogna calibrare le parole, raccontare senza enfasi e senza essere di parte. Non è facile, anzi è difficilissimo, perché umanamente siamo portati a simpatizzare per una parte o l’altra della barricata, spesso raccontiamo sotto incredibili spinte emotive, alimentate anche dal pericolo, ma bisogna avere i nervi saldi. Dinanzi alla crudeltà di certe scene sanguinose, ti viene da piangere, il cuore ti salta in gola, non riesci a scrivere, perché la mano trema dall’emozione. Poi, con il passare degli anni, l’esperienza ti forgia, si riesce a vincere l’iniziale emozione e con gli occhi cerchi di fotografare quello che la telecamera non inquadra. Spesso, a distanza di anni, nei sogni rivedi quelle scene terribili che ti provocano sussulti. Questo perché  il tempo non cancella, ma conserva tutto nella sua gelosa ed inviolabile cassaforte del cervello umano.”

Una domanda mi è venuta spontanea: si nasce giornalisti e, per giunta, inviati speciali?    
“È difficile rispondere, ma una cosa è certa: si diventa inviati speciali dopo anni di lunga gavetta professionale. Io ho cominciato come giornalista sportivo, a 17 anni, per il Corriere dello Sport. Erano gli anni del dopoguerra. Sui campi della provincia italiana, dovevi stare bene attento a quello che scrivevi, perché la domenica successiva i tifosi venivano a picchiarti. Avevo voglia di spiegare che avevo raccontato onestamente la partita, ma il tifo sportivo spesso trascende e quindi dovevo stare molto accorto. Ecco perché quella prima, coraggiosa esperienza per me è stata il provvidenziale banco di prova professionale. I miei figli sono cresciuti vedendo il padre che dormiva con la valigia sotto il letto, pronto a salire sul primo aereo disponibile. Allora hanno avuto il buonsenso di scegliere un’altra strada professionale.”  
Rifarebbe quella strada pericolosa, durata sessant’anni ?
“Stasera stessa, anzi subito, a dispetto della mia età avanzata. Quella del giornalista, inviato speciale, non è una professione. Io l’ho sempre giudicata: una provvidenziale occasione per conoscere gente che ha fatto la storia, grandi protagonisti, ma anche milioni di persone sconosciute che subivano violenze di ogni tipo. Gente che ti guardava negli occhi e ti chiedeva aiuto. Ma tu potevi solo assicurare loro che avresti raccontato ad un mondo lontano le loro sofferenze ingiuste. Dopo le interviste, ho stretto la mano ad uomini potenti, spesso inavvicinabili, ma ancora più spesso ho abbracciato gente umilissima che mi ringraziava per essere venuto da lontano, per richiamare l’attenzione di un mondo lontano sui loro drammi. Ho conosciuto tante donne seducenti che, con il dialogo appropriato, hanno perso la loro boria iniziale e sono discese dall’olimpo della loro femminilità. Ho intervistato sei papi e con loro ho avuto un dialogo semplice, filiale, lontano dal presumibile ossequio che la loro carica imponeva. Ho giocato con i bambini vietnamiti terrorizzati dalle bombe al napalm americane ed ho trasportato in salvo suore africane che, senza un provvidenziale passaggio, sarebbero state prede di mercenari, neri e bianchi. Non ho visto soltanto dolori corali, ma ho anche gioito con popoli che dopo anni hanno riacquistato la libertà, spodestando dittatori e sgretolando muri, come quello di Berlino. Cara Sara, lei mi chiede se sono pronto a rifare quella stessa, meravigliosa strada: sì, senza neppure pensarci un attimo.”

di Sara Paneccasio


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