#vitruvioattivo: Il Diritto Allo Sciopero - È sempre lecito avvalersene?
 
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    #vitruvioattivo: Il Diritto Allo Sciopero

    È sempre lecito avvalersene?

    Tra professori, addetti d’ufficio e studenti nei giorni passati le opinioni contrastanti erano molte, ma le linee principali due: entrare o non entrare? Giovedì 9 gennaio il Vitruvio, in maniera quasi compatta, coinvolgendo circa 1300 alunni ha scelto la seconda opzione per manifestare il fatto che molte aule, dal rientro dopo le vacanze natalizie, erano troppo fredde, a causa delle non sufficienti ore di accensione dell'impianto da parte della Provincia per raggiungere una temperatura adeguata e a norma.

    Il grande dilemma shakespeariano che ci assale ogni anno durante questo periodo, ormai è una ricorrenza. In queste situazioni è tipico, ma come è giusto che sia, d’altronde siamo ragazzi, inneggiare quasi subito alla parola “sciopero”: quante volte l’abbiamo sentita, usata? È un diritto sì, ma quando ha senso definirlo così?

    Le parole con il passare del tempo tendono a snaturarsi o ad evolvere come concetti, altre volte semplicemente alludono ad un’idea diversa da cui hanno avuto origine. Qualcosa di simile potremmo dire che è successo anche alla parola “sciopero”. Il primo della storia - non lo direste mai - risale all’antico Egitto, quando il faraone Ramses III, avendo tardato nella paga degli addetti alla costruzione del tempio di Tebe, dovette subire una protesta da questi che, come da usanza moderna, si astennero dal lavorare per alcuni giorni. Nel corso dei secoli ci furono altri eventi simili a cadenza irregolare, ma il fenomeno si definì realmente nell’era moderna, come conseguenza delle rivoluzioni industriali e l’ascesa proletariato.

    Agli albori delle grandi industrie, la classe operaia si trovava in una situazione limite di sfruttamento e zero comprensione. Lo sciopero era appunto nato come modalità di protesta per chiedere migliori condizioni di lavoro, come ferie, assicurazioni, permessi, migliori retribuzioni. Questo era agli occhi dei lavoratori l’unico modo di rivalsa sul padronato, anche se con gravi conseguenze. Inizialmente si puntava alla totale repressione di questi fenomeni da parte dei governi ma man mano, i vari Paesi d’Occidente iniziarono ad accettare la loro esercitazione e successivamente a garantirlo anche come diritto. Gli scioperi anche se a volte controversi, hanno sortito il loro effetto e per quanto ci sia ancora da fare, sono stati fatti grandi passi avanti. Anche se nati in ambito lavorativo, all’uso di oggi si estendono (impropriamente) anche agli ambienti studenteschi e generalmente il termine viene usato per definire l’interruzione della regolarità di un esercizio per chiedere un miglioramento. A livello scolastico spesso se ne abusa e questo è un dato di fatto: saltare un giorno di scuola è allettante per tutti. Ma a volte è pur vero che si fa di tutta l’erba un fascio, si butta in chiacchiere con il famoso “a questi giovani d’oggi non va mai di fare nulla”, ma magari delle motivazioni reali e veritiere ci sono. Le vicissitudini di questi giorni del nostro liceo e di gran parte delle scuole di Avezzano possono essere uno spunto buono di riflessione.

    Prima di tutto c’è da sottolineare un dettaglio importante: non esiste alcun diritto di sciopero studentesco. Solamente i lavoratori possono avvalersene e legalmente è considerata unicamente come assenza ingiustificata. C’è quindi da sradicare dalla coscienza popolare questo concetto alterato, snaturato appunto della sua definizione giuridica. Ma è anche vero che se le regole sono regole è giusto chiedere che vengano rispettate senza mai dimenticare che la linea che ci distacca dal torto è sottilissima, soggettiva delle volte, ma sottile. Nel muoversi di un collettivo bisogna essere reali e chiari, pragmatici e considerare i problemi anche nel loro contesto e caso specifico. Di per sé, che gli studenti si mobilitino, è ammirevole ma che questo muoversi sia da educatore alle coscienze civili di tutti noi, che faccia interrogare su quello che siamo, su quello che facciamo, su come potremmo influire. Basta al ridurre tutto ad un mero giorno di scuola in meno. Abbiamo i modi per mandare segnali e messaggi se ne abbiamo o sentiamo il bisogno, ma che sia questo lo scopo delle nostre azioni collettive. Ne va della nostra credibilità.

    di Alice Lucarelli


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